Nessun
TG si è degnato di parlare di noi. Nessuna notizia è stata data
sulla condizione di noi lavoratori dei call centre. E come potrebbe
fare notizia un fantasma? Si, perché noi siamo invisibili, come
fantasmi; afoni, soli e sopratutto poveri. I nostri stipendi, nella
migliore nelle ipotesi in cui lo stipendio ci arrivi, sfiorano la
soglia di povertà. Esiste un contratto delle Telecomunicazioni che
dovrebbe tutelare i nostri già precari diritti, questo contratto,
all'ora del suo rinnovo, sta diventando come una bandiera bianca di
un naufrago in mezzo al mare, un vessillo al quale migliaia di donne
e uomini tentano di aggrapparsi. Siamo con l'acqua alla gola,
annaspiamo per il diritto alla vita, il diritto ad avere una dignità
sociale e umana. E la zattera che ci è toccata sta facendo acqua da
tutte le parti.
La
questione è molto più semplice di quanto non sembri, esistono due
schieramenti: Asstel e i sindacati in rappresentanza dei lavoratori.
Asstel
è l'associazione di categoria che rappresenta le imprese delle
telecomunicazioni (Confindustria, per capirci) e i sindacati sono i
soliti noti ossia CGIL, CISL e UIL.
Il
CCNL Telecomunicazioni è scaduto oramai dal 31 dicembre 2011, cosa
non nuova è l'esigenza del suo rinnovo che, come in tutte le
categorie, sta portando ad un duro braccio di ferro tra le imprese e
le parti sociali, interrottosi il giorno 4 ottobre 2012. La
trattativa portata avanti si è interrota sul punto, non poco
importante, delle tutele sociali. Cosa significa tutele sociali? Sono
le norme che difendono il lavoratore in quanto persona sociale. Avere
delle tutele sociali significa avere delle norme che non rendano più
semplici i licenziamenti, significa essere retribuiti se malati,
significa poter utilizzare i permessi e le ferie quando servono al
lavoratore e non in base ai flussi delle attività produttive,
significa non rischiare di essere licenziati se la propria azienda ha
più convenienza economica a delocalizzare l'attività produttiva; i
punti, grosso modo, sono questi. Asstel si aggrappa alla libertà
delle imprese e di mercato ed "ha
peraltro rilevato che il quadro complessivo, coerentemente con intese
già firmate a livello interconfederale, dovrebbe indirizzare più
verso rinnovi leggeri e, come da invito del Governo, a trattative con
al centro l’obbiettivo del recupero di produttività" (dal
sito www.asstel.it) in sostanza
sta dicendo che, data la congiuntura economica, l'obiettivo delle
trattative è quello di affossare i lavoratori per poter permettere
alle imprese di poter guadagnare di più e spendere di meno. Un gioco
antico come le montagne, chi ha un'azienda non prevede mai di potersi
fare carico del rischio d'impresa, è sempre il malcapitato
lavoratore a doverci rimettere le penne. Senza contare che la
possibilità di poter licenziare con maggiore facilità comporterebbe
un danno economico allo Stato non indifferente; si pensi solo alla
spesa, già insostenibile, che rappresentano gli ammortizzatori
sociali sulla già fragile economia del Paese. Licenziare altro
personale significherebbe altri cassintegrati che, oltre a gravare
sulle casse dello Stato, da disoccupati, non farebbero ulteriormente
girare l'economia. Dunque, su questo punto, riscontro una profonda
incoerenza tra quello che significa "recupero di produttività"
e spesa sostenibile. L'Italia non può permettersi altri
licenziamenti.
Né tantomeno può permettersi di delocalizzare la produzione di beni e
servizi in paesi esteri. Se le aziende si spostano a noi rimarrà ben
poco a cui dare servizi o assistenza. Come si può pensare che
chiudere un'azienda in Itali ed aprirla in Albania o in Tunisia o in
esterolandia possa essere di beneficio per il Paese? E' più che
ovvio che a guadagnarci sarebbero solo le imprese e mai noi italiani.
Per
quanto riguarda la possibilità di non retribuire la malattia, beh,
su questo punto mi sembra di sparare su di una croce rossa. Se sono
malato non posso venire a lavorare, è un concetto molto semplice. Mettiamo il
caso che mi venga un bel febbrone, ipotizziamo pure che io, pur di
non perdere i soldi della retribuzione, andassi a lavorare lo stesso,
secondo voi la mia produttività sarebbe garantita alla mia azienda?
E se si ammalassero altre persone venendo a contatto con me? Se
esiste il diritto ad essere malato ci sarà un perché!
Inoltre,
al di là dei personali problemi di salute che possono andare dal
leggero malanno invernale alle complicazioni croniche di malattie o
altro, gli operatori di call centre (categoria non a rischio)
sembrano avere il vizio di lamentarsi tutti per gli stessi disturbi.
Problemi di udito, emicranie, disturbi del sonno, depressione,
attacchi di panico, problemi di vista dovuti al prolungato utilizzo
del pc, problemi di postura ed altri più lievi disturbi che non sto
qui a citare. Tutti disturbi legati alla condizione lavorativa,
dunque al di là del diritto inalienabile di ogni individuo di esser
malato, diritto ottenuto con anni di sudate trattative sindacali, mi
sembra proprio che chiedere ad un lavoratore il risarcimento
economico per un'assenza dal lavoro dovuta, magari anche in piccola
percentuale, alla stessa condizione lavorativa mi sembra un pò
troppo.
Ho
analizzato questi che mi sembravano i punti fondamentali, ma ci
sarebbe ancora molto da dire. Molto è stato detto ieri 19 ottobre, quando Roma ha visto sfilare migliaia di naufraghi dei call centre. Spero di essere stata chiara ed esaustiva.
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