Stare attorno ad una tavola, chiacchierare, mangiare, mangiarsi. Per raccontare.
Amo scrivere e cucinare, entrambe le cose attingono da un patrimonio antico. Entrambe coinvolgono i sensi.
Cucinare per qualcuno significa per me "voglio che tu viva", scrivere significa "voglio condividermi".


sabato 20 ottobre 2012

Sciopero dei call centre.


Nessun TG si è degnato di parlare di noi. Nessuna notizia è stata data sulla condizione di noi lavoratori dei call centre. E come potrebbe fare notizia un fantasma? Si, perché noi siamo invisibili, come fantasmi; afoni, soli e sopratutto poveri. I nostri stipendi, nella migliore nelle ipotesi in cui lo stipendio ci arrivi, sfiorano la soglia di povertà. Esiste un contratto delle Telecomunicazioni che dovrebbe tutelare i nostri già precari diritti, questo contratto, all'ora del suo rinnovo, sta diventando come una bandiera bianca di un naufrago in mezzo al mare, un vessillo al quale migliaia di donne e uomini tentano di aggrapparsi. Siamo con l'acqua alla gola, annaspiamo per il diritto alla vita, il diritto ad avere una dignità sociale e umana. E la zattera che ci è toccata sta facendo acqua da tutte le parti.
La questione è molto più semplice di quanto non sembri, esistono due schieramenti: Asstel e i sindacati in rappresentanza dei lavoratori.
Asstel è l'associazione di categoria che rappresenta le imprese delle telecomunicazioni (Confindustria, per capirci) e i sindacati sono i soliti noti ossia CGIL, CISL e UIL.
Il CCNL Telecomunicazioni è scaduto oramai dal 31 dicembre 2011, cosa non nuova è l'esigenza del suo rinnovo che, come in tutte le categorie, sta portando ad un duro braccio di ferro tra le imprese e le parti sociali, interrottosi il giorno 4 ottobre 2012. La trattativa portata avanti si è interrota sul punto, non poco importante, delle tutele sociali. Cosa significa tutele sociali? Sono le norme che difendono il lavoratore in quanto persona sociale. Avere delle tutele sociali significa avere delle norme che non rendano più semplici i licenziamenti, significa essere retribuiti se malati, significa poter utilizzare i permessi e le ferie quando servono al lavoratore e non in base ai flussi delle attività produttive, significa non rischiare di essere licenziati se la propria azienda ha più convenienza economica a delocalizzare l'attività produttiva; i punti, grosso modo, sono questi. Asstel si aggrappa alla libertà delle imprese e di mercato ed "ha peraltro rilevato che il quadro complessivo, coerentemente con intese già firmate a livello interconfederale, dovrebbe indirizzare più verso rinnovi leggeri e, come da invito del Governo, a trattative con al centro l’obbiettivo del recupero di produttività" (dal sito www.asstel.it) in sostanza sta dicendo che, data la congiuntura economica, l'obiettivo delle trattative è quello di affossare i lavoratori per poter permettere alle imprese di poter guadagnare di più e spendere di meno. Un gioco antico come le montagne, chi ha un'azienda non prevede mai di potersi fare carico del rischio d'impresa, è sempre il malcapitato lavoratore a doverci rimettere le penne. Senza contare che la possibilità di poter licenziare con maggiore facilità comporterebbe un danno economico allo Stato non indifferente; si pensi solo alla spesa, già insostenibile, che rappresentano gli ammortizzatori sociali sulla già fragile economia del Paese. Licenziare altro personale significherebbe altri cassintegrati che, oltre a gravare sulle casse dello Stato, da disoccupati, non farebbero ulteriormente girare l'economia. Dunque, su questo punto, riscontro una profonda incoerenza tra quello che significa "recupero di produttività" e spesa sostenibile. L'Italia non può permettersi altri licenziamenti.
Né tantomeno può permettersi di delocalizzare la produzione di beni e servizi in paesi esteri. Se le aziende si spostano a noi rimarrà ben poco a cui dare servizi o assistenza. Come si può pensare che chiudere un'azienda in Itali ed aprirla in Albania o in Tunisia o in esterolandia possa essere di beneficio per il Paese? E' più che ovvio che a guadagnarci sarebbero solo le imprese e mai noi italiani.
Per quanto riguarda la possibilità di non retribuire la malattia, beh, su questo punto mi sembra di sparare su di una croce rossa. Se sono malato non posso venire a lavorare, è un concetto molto semplice. Mettiamo il caso che mi venga un bel febbrone, ipotizziamo pure che io, pur di non perdere i soldi della retribuzione, andassi a lavorare lo stesso, secondo voi la mia produttività sarebbe garantita alla mia azienda? E se si ammalassero altre persone venendo a contatto con me? Se esiste il diritto ad essere malato ci sarà un perché!
Inoltre, al di là dei personali problemi di salute che possono andare dal leggero malanno invernale alle complicazioni croniche di malattie o altro, gli operatori di call centre (categoria non a rischio) sembrano avere il vizio di lamentarsi tutti per gli stessi disturbi. Problemi di udito, emicranie, disturbi del sonno, depressione, attacchi di panico, problemi di vista dovuti al prolungato utilizzo del pc, problemi di postura ed altri più lievi disturbi che non sto qui a citare. Tutti disturbi legati alla condizione lavorativa, dunque al di là del diritto inalienabile di ogni individuo di esser malato, diritto ottenuto con anni di sudate trattative sindacali, mi sembra proprio che chiedere ad un lavoratore il risarcimento economico per un'assenza dal lavoro dovuta, magari anche in piccola percentuale, alla stessa condizione lavorativa mi sembra un pò troppo.
Ho analizzato questi che mi sembravano i punti fondamentali, ma ci sarebbe ancora molto da dire. Molto è stato detto ieri  19 ottobre, quando Roma ha visto sfilare migliaia di naufraghi dei call centre. Spero di essere stata chiara ed esaustiva. 

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