Stare attorno ad una tavola, chiacchierare, mangiare, mangiarsi. Per raccontare.
Amo scrivere e cucinare, entrambe le cose attingono da un patrimonio antico. Entrambe coinvolgono i sensi.
Cucinare per qualcuno significa per me "voglio che tu viva", scrivere significa "voglio condividermi".


domenica 14 ottobre 2012

Il Rito del Raù. IO RAù, E TU?


Non era un giorno qualunque, quella mattina era diversa. Non lo sapevi dalla luce filtrata dal vetro umido, nè da una musichetta che veniva dalla radio, le campane lontane o una vocina dalla cucina, Lei con un grande mantesino che canticchiava allegra. Sapevi che era una mattina diversa perchè l'olfatto si svegliava prima degli altri sensi, il cervello era sintonizzato sulla pentola sul fuoco prima che gli occhi potessero aprirsi. E con i piedi scalzi sul pavimento di cotto freddo ti avvicinavi verso l'origine del tuo risveglio speciale, i passi felpati non distraevano il lento pipitiare di quel sugo che ha, in sè, la mistica associazione al sangue della terra. Sapevi che quella mattina era ineguagliabile perchè era domenica mattina, perchè c'era il Raù.
Come un dono sotto l'albero, la gioia del Raù risveglia ancora oggi sensazioni mistiche. Un miracolo della domenica. Una tradizione dell'anima. Un momento di raccoglimento familiare che riscopre la serenità di un giorno dedicato alla lentezza, un sugo che non può essere cotto se non con estrema lentezza, ogni tanto mamma spegneva la fiamma "per farlo riposare, perchè sennò il Raù si stanca...", così mi diceva, come se anche la pummarola che lei aveva la sera prima passato col passaverdure avesse un corpo, una vita, una fatica da espiare. Ecco il segreto del Raù, il lento e metodico pipitiare. Pipitiare è un termine intraducibile in italiano, potrebbe essere tradotto con ribollire, ma il Raù non può ribollire perchè potrebbe offendersi, potrebbe essere paragonato a un qualunque altro sugo italiano o, peggio ancora, ad un "ragù bolognese" di bassa lega. Il Raù non è il "ragù napoletano" che qualcuno vorrebbe spacciarvi per nostrano. Il Raù è l'ammore, la pazienza di una donna che dal sabato sera dispone tutto come da rito perchè la domenica la famiglia possa perpetrare il rito. Giungere all'amore.
E anche sul termine famiglia ho qualcosa da dire. La Famiglia intesa come da tradizione napoletana, quella che la domenica si avvicina alla tavola per il piacere di stare assieme, per la gioia di condividere, non è la famiglia intesa come ce la vogliono far intendere oggi. La considerazione di famiglia è minimizzata ad oggi come il nucleo dello stato di famiglia, quelli con lo stesso sangue nel corpo, quelli che si seggono asetticamente e stanchi ad una tavola di una domenica che potrebbe essere lunedì.
Chi mangia il Raù non ha bisogno di avere lo stesso sangue, la Famiglia che si avvicina all'idea tradizionale di famiglia è una Famiglia che, attraverso il Raù, diventa consanguinea per rito, per magia, per credenza, per condivisione. Il Raù è il sangue della terra che rende gli uomini uguali e li trasforma in componenti di un'unica famiglia, la Famiglia umana. Cristo ha fatto bere il proprio sangue agli uomini, Lei ha fatto mangiare la sua carne, la sua vita, dando così agli uomini e alle donne di semplice appartenenza alla famiglia la condizione di appartenenza più elevata alla Famiglia. Chi deteneva la tradizione, chi aveva il potere di conferire il dono dell'appartenenza non aveva uno scettro in mano, nè una zappa, nè una penna, aveva una cucchiarella (chi traduce cucchiarella con "cucchiaio di legno" commette sacrilegio). L'umo sedeva a capotavola per gentile concessione di chi, con silenzioso, acquisito e mai ostentato potere, sedeva al posto più vicino ai fornelli.
Mamma si girava, io credevo di essere stata silenziosa, in punta di piedi felpati, ma le mie accortenze erano vane, non so come già sapesse che io ero sveglia, aveva già preparato la fella di pane cafone intinta nel Raù. La colazione della domenica iniziava così. Con quella fetta di pane inzuppato di Raù. Era una mattina diversa.

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