Non era un giorno
qualunque, quella mattina era diversa. Non lo sapevi dalla luce
filtrata dal vetro umido, nè da una musichetta che veniva dalla
radio, le campane lontane o una vocina dalla cucina, Lei con un
grande mantesino che canticchiava allegra. Sapevi che era una mattina
diversa perchè l'olfatto si svegliava prima degli altri sensi, il
cervello era sintonizzato sulla pentola sul fuoco prima che gli occhi
potessero aprirsi. E con i piedi scalzi sul pavimento di cotto freddo
ti avvicinavi verso l'origine del tuo risveglio speciale, i passi
felpati non distraevano il lento pipitiare di quel sugo
che ha, in sè, la mistica associazione al sangue della terra. Sapevi
che quella mattina era ineguagliabile perchè era domenica mattina,
perchè c'era il Raù.
Come un dono sotto l'albero,
la gioia del Raù risveglia ancora oggi sensazioni mistiche. Un
miracolo della domenica. Una tradizione dell'anima. Un momento di
raccoglimento familiare che riscopre la serenità di un giorno
dedicato alla lentezza, un sugo che non può essere cotto se non con
estrema lentezza, ogni tanto mamma spegneva la fiamma "per farlo
riposare, perchè sennò il Raù si stanca...", così mi diceva,
come se anche la pummarola che lei aveva la sera prima passato col
passaverdure avesse un corpo, una vita, una fatica da espiare. Ecco
il segreto del Raù, il lento e metodico pipitiare. Pipitiare è un
termine intraducibile in italiano, potrebbe essere tradotto con
ribollire, ma il Raù non può ribollire perchè potrebbe offendersi,
potrebbe essere paragonato a un qualunque altro sugo italiano o,
peggio ancora, ad un "ragù bolognese" di bassa lega. Il Raù non è il "ragù napoletano" che qualcuno vorrebbe spacciarvi per nostrano. Il
Raù è l'ammore, la pazienza di una donna che dal sabato sera
dispone tutto come da rito perchè la domenica la famiglia possa
perpetrare il rito. Giungere all'amore.
E anche sul termine famiglia
ho qualcosa da dire. La Famiglia intesa come da tradizione
napoletana, quella che la domenica si avvicina alla tavola per il
piacere di stare assieme, per la gioia di condividere, non è la
famiglia intesa come ce la vogliono far intendere oggi. La
considerazione di famiglia è minimizzata ad oggi come il nucleo
dello stato di famiglia, quelli con lo stesso sangue nel corpo,
quelli che si seggono asetticamente e stanchi ad una tavola di una
domenica che potrebbe essere lunedì.
Chi mangia il Raù non ha
bisogno di avere lo stesso sangue, la Famiglia che si avvicina
all'idea tradizionale di famiglia è una Famiglia che, attraverso il
Raù, diventa consanguinea per rito, per magia, per credenza, per
condivisione. Il Raù è il sangue della terra che rende gli uomini
uguali e li trasforma in componenti di un'unica famiglia, la Famiglia
umana. Cristo ha fatto bere il proprio sangue agli uomini, Lei ha
fatto mangiare la sua carne, la sua vita, dando così agli uomini e
alle donne di semplice appartenenza alla famiglia la condizione di appartenenza più elevata alla Famiglia. Chi deteneva la tradizione, chi aveva il potere di
conferire il dono dell'appartenenza non aveva uno scettro in mano, nè
una zappa, nè una penna, aveva una cucchiarella (chi traduce
cucchiarella con "cucchiaio di legno" commette sacrilegio). L'umo
sedeva a capotavola per gentile concessione di chi, con silenzioso,
acquisito e mai ostentato potere, sedeva al posto più vicino ai
fornelli.
Mamma si girava, io credevo
di essere stata silenziosa, in punta di piedi felpati, ma le mie
accortenze erano vane, non so come già sapesse che io ero sveglia, aveva già preparato la fella di pane cafone intinta nel Raù. La
colazione della domenica iniziava così. Con quella fetta di pane
inzuppato di Raù. Era una mattina diversa.
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