Venerdì, stanchezza accumulata, na fame da lupi e, mentre attendo in banchina il treno, ecco che vedo sul piccolo schermo uno spassosissimo spot su O RUOT O FURN. Non ha "suppontato" il mio stomaco, ma m'ha fatto ridere asssai!
Stare attorno ad una tavola, chiacchierare, mangiare, mangiarsi. Per raccontare.
Amo scrivere e cucinare, entrambe le cose attingono da un patrimonio antico. Entrambe coinvolgono i sensi.
Cucinare per qualcuno significa per me "voglio che tu viva", scrivere significa "voglio condividermi".
venerdì 23 novembre 2012
martedì 13 novembre 2012
CHI SMETTE DI CORRERE SI RITROVA COL CULO PESANTE di Nicola Nardella
Ricordo che erano i primissimi anni '80 ed a Piscinola c'erano Luca, Patrizio ed io. Patrizio girava su una "Graziella", Luca su una bici assemblata con pezzi di cui non giurerei sulla provenienza ed io avevo una "Safari". Ora se sei nato a Piscinola ed hai il culo di avere una "Safari", due ruote ti sono di troppo e puoi percorrere interi isolati con una ruota all'aria. La faccenda tecnicamente funziona così: il particolare sediolino ad "L" consente di sbilanciare il peso sul lato posteriore, mandando in aria la parte anteriore del velocipede. Ero un bambino che aveva una gran voglia di correre. Diversi anni dopo Luca e Patrizio si vedevano sempre meno in giro. Salvatore mi parlò di una certa "canna" che aveva comprato. Io pensai che sarebbe stato bello andare a pesca. Ero fuori pista. Dunque, riepilogando, avevo qualche anno in più, una gran voglia di correre e quella roba dovette aprirmi una qualche sorta di terzo occhio. Capii d'un colpo che quella Safari non mi sarebbe valsa ad attirare l'attenzione delle ragazzine. In giro c'era chi faceva strage di cuori impennando in motorino. E poi sebbene la voglia di correre non m'avesse abbandonato, almeno come aspirazione generale, una rilassata flemma si era impadronita di me. Molti anni dopo, sia che avanzassi, sia che indietreggiassi, recuperai la mia singolare passione per la corsa sulle piste di Praga, Ventimiglia, Napoli, Genova, finanche in Palestina. Ovunque ero inseguito o inseguivo gente che si cimentava nella corsa con gli anfibi ai piedi. Se ti beccavano eri fritto. Intanto la lira era stata sostituita dall'Euro ed il governo italiano aveva preso a comprare ingenti quantità di carta filigranata europea, emettendo obbligazioni in corrispettivo. Alcuni chiamarono questa faccenda: incremento del debito pubblico ed io, ad un certo punto, avevo imprigionato il mio desiderio di correre in un aggeggio infernale chiamato "pedana". Mentre c'era chi quel debito pubblico progettava di accollarlo a me, io immaginavo che perdere qualche chilo m'avrebbe aiutato nell'ipotesi in cui avessi incontrato sul mio cammino qualche giudicessa avvenente. Immaginavo che con lei, saper impennare su una sola ruota, non avrebbe sortito alcun effetto. Poi ho scoperto che chi mette in conto la possibilità di decidere della libertà di un altro non è avvenente in alcun modo. Ora guardo l'infernale aggegio, maledetta pedana, e penso che è giunto il tempo in cui, sia che si fugga sia che si assalti, bhè bisogna ricominciare a correre in strada. Si, in strada, poichè è provocatorio fare un vertice sui contratti di "apprendistato" nella Napoli dilaniata dalla crisi. Perchè la Fornero immagina di svendere alle aziende tedesce una bella catena di montaggio sociale fatta da giovani risorse umane. Correre in strada perchè sindacati e partiti hanno il culo di gomma e perchè fintantochè corri non ti ritroverai mai il culo pesante di chi invecchia.
sabato 3 novembre 2012
IKEA SPAKKA
Ki
è iKea. Ikea è la multinazionale dell'arredamento, ikea spakka
perchè è quella che ti arreda tutta la tua casa precaria con soli
200 € guadagnati con un
lavoro ancora più precario; per completare il circolo della
precarietà, anche i suoi mobili sono precari, non durano più di 2 o
3 anni. Ma tanto ikea lo sa che i suoi acquirenti, per lo più
sfigatissime famiglie precarie ridotte sempre più alla fame, si
fanno poche domande circa il rapporto che intercorre tra precarietà
esistenziale e materiale. Io per prima, quando ho la domenica mattina
libera e non lavoro, sono presa da una profonda noia e inadeguatezza
sociale e ho esigenza di espletare la mia funzione più aberrante e
consumista: vado all'ikea. So perfettamente che, tra i labirintici
cunicoli di scaffali mi verrà voglia di comprare qualcosa, anche
solo un gelato a 90 centesimi che se hai la karta ikea costa solo 50
e come fai a non comprarlo. Anche solo per scappare all'angolo delle
occasioni e comprare uno scampolo di stoffa a 2 €
per fare non so cosa non so quando.
Eppure
ikea spakka, spakka tutti i livelli quando, incluso nel prezzo ikea
precario, paga i suoi precari lavoratori. Spakka tutto quando i
lavoratori, facchini per lo più giovani e per lo più marocchini,
alzano la testa, abbassano le mani e dicono: "qui non si
passa!". Ikea spakka nel senso che spakka loro le teste, con la
gentile collaborazione della Madama e lo special guest del questore
di Piacenza, Calogero Germanà, che dopo aver "ottenuto
numerosi premi ed encomi solenni per meriti di servizio
", riceve il plauso del pubblico presente al picchetto.
Non
è che i lavoratori del Consorzio CGS c'entrino molto con ikea,
questo l'azienda svedese tiene a precisarlo in un comunicato, ma a
noi consumatori incoscienti e apolidi non importa molto. Da
consumatore non mi sono mai chiesto come fa ikea a vendermi un divano
KLOBO a 92,50 €, per me l'importante è risparmiare e avere il due posti nella cameretta. Perchè in
fondo, come dice nel comunicato, ikea ha chiesto l'osservanza alle
regole e alla sicurezza del personale, anche se quel personale lavora
nelle sue strutture, anche se quel personale ha solo un servizio
igienico per 300 lavoratori, anche se la busta paga riporta una cifra
che il lavoratore non ha mai visto nemmeno col binocolo e nemmeno se
lo sfruttamento dei facchini senza diritti nè volto è un piccolo
ingranaggio della macchina dello sfruttamento del precariato ikea.
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